
Tempo fa avevo detto che la protagonista del mio primo romanzo, Il Fuoco della Fenice (
Sono passati mesi, non è più tornata a farmi visita. Forse ho immaginato tutto e lei se ne sta come l’ho lasciata alla fine del Fuoco della Fenice. Forse, invece, qualcosa è cambiato. Io non so dirlo. Non voglio saperlo. Però lascio qui le sue ultime parole, perché non vadano dimenticate per sempre nella memoria di un polveroso PC.
***
PROLOGO
Addii
Il deserto respirava assieme a lei. Le pietre, le stelle e le creature di Baja facevano lo stesso.
L’oceano, l’ultimo rimasto sulla faccia della terra, era là davanti ai suoi occhi e al tramonto assumeva sfumature metalliche, tanto da sembrarle simile a vetro nero. Per un istante quello spettacolo allontanò gli spettri che la ragazza aveva nel cuore e respirare fu un po’ più semplice, meno doloroso.
Cercò di imprimersi tutto nella memoria, con un disperato bisogno di aggrapparsi a qualcosa. Poi lasciò che il vuoto che cresceva in lei dilagasse. Non c’era più nulla che potesse fare, oramai, e lentamente prese il foglio e la biro che aveva portato con sé. Cercando di non tremare, iniziò a scrivere:
Baja, 10 aprile
Alcor,
lo sai che ti amo.
È come se ti amassi da sempre.
La biro lasciò che una grossa macchia d’inchiostro si spandesse sul foglio, nera come l’inizio di un incubo.
La fissò per qualche istante, affascinata, mentre voci dentro di lei le dicevano di lasciar perdere, di alzarsi e scappare. Lui non avrebbe capito. Lui non avrebbe ascoltato la sua preghiera. Si sarebbe soltanto infuriato. Era inutile spiegare troppo: doveva agire e basta. Solo quello.
Lei non ascoltò, e riprese da dove si era interrotta.
Ecco, dovrebbero bastare queste parole e non dovrebbe servire altro. So già che hai capito. È come se ti vedessi, come se ti avessi qui di fronte a me.
Ti amo, Alcor. Voglio dirtelo, voglio scriverlo, voglio che il dubbio non si insinui mai nella tua mente. Lo so, mi sembra sciocco dovertelo scrive. Ce lo siamo detti così tante volte che davvero mi sembra impossibile doverlo fare. Ma ciò che ti sto per dire lo richiede davvero. Non ho più tempo, Alcor. Non ne ho più.
Ultimamente non sono stata troppo bene.
In verità, sono stanca.
Da quando il Tempio della Predicatrice è andato distrutto, da quando sono fuggita dalla Grande Metropoli assieme a te, ho fatto di tutto per scappare dal mio passato.
Ho riso. Ho pianto. Ho faticato. Ho lasciato che le cose mi travolgessero. Ti ho amato. A modo mio, ma pienamente: con tutta me stessa. Ma ultimamente i fantasmi del passato sono tornati a farmi visita.
Perdonami, Alcor, per non avertelo mai detto.
Ho resistito più che ho potuto.
Li ho ignorati. Ho lasciato che le loro voci non mi turbassero, almeno all’inizio. Ma col passare dei giorni, e dei mesi, sono diventati più insistenti. Ora mi stanno dicendo delle di non… ma no, non li devo ascoltare. Devo scrivere questa lettera per te, devo farlo. Poi sarò in mano loro e non ci sarà più bisogno di resistere. Mi chiedono delle cose, sai. Mi spingono a dire e a pensare ciò che non avrei mai immaginato di dire o di pensare.
Alcor, devo fare qualcosa.
Devo seppellire questi spettri del mio passato, ma non posso farlo qui, non con te che del mio passato sei una parte fondamentale.
Mi dispiace…
E no, non è importante con quanta forza io cerchi di liberarmene. So che mi diresti questo, ti conosco, ti amo, so che me lo diresti.
Ma la sensazione che devo andare via, che devo fare qualcosa, o almeno provarci o fallire nel tentativo, non mi abbandona mai.
Non so dove andrò, ma so che devo farlo.
Se non trovo il coraggio per dirtelo è perché ho davvero lottato molto, e non volevo che tutto questo accadesse.
Ma non voglio più combattere, Alcor. Non posso. Sono così stanca… e non voglio che tu mi veda in questo stato, è l’ultima cosa che desidero al mondo. So che sei preoccupato, so che hai notato qualcosa di strano in me. Non posso più nasconderlo. Per questo ti scrivo questa lettera. Per questo quando la troverai, io non sarò più qui.
Vorrei dirti molte altre cose, ma non ne ho più le forze. La mia volontà vacilla, non riesco più a leggere ciò che ho scritto.
Perdonami, se puoi.
Ma sappi che ti amo. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi due assieme.
Ti amo, per sempre.
Twil
Il deserto per un momento trattenne il suo caldo respiro. Della ragazza che aveva scritto quelle poche righe non c’era più traccia. Non restava altro che la sua lettera appoggiata sotto a una grossa pietra appuntita, nei pressi della casa che aveva abitato per qualche anno. Le vecchie lamiere cigolavano con insistenza e se qualcuno fosse stato là, in quell’istante, avrebbe pensato che stessero piangendo.
Di lei, più nulla. La ragazza che era stata Twil, la giovane donna che aveva messo in ginocchio gli Dèi, non c’era più. Non una foto, non un oggetto che in qualche modo ne avesse per un istante segnato il passaggio in terra. Era diventata come i fantasmi di cui aveva parlato: poco più di un ricordo…
FINE
Ciao,
L.

